Mani in alto!

Mani in alto!

Quando entro nel reparto di chirurgia, indosso un camice bianco e tutte le volte che entro in una stanza, gli occhi dei bambini, soprattutto quelli piccoli, si sgranano su di me, e i genitori interrompono ciò che stavano facendo. «Mani in alto!» dico, e alzo le braccia, «non tocco nessuno, parlo soltanto con i bambini e i genitori». Immediatamente tornano i sorrisi, dei grandi e dei piccoli. Chi viene ricoverato in questo reparto, deve sopportare di essere toccato da infermieri, operatori socio-sanitari e chirurghi. Sono tocchi di tipo diverso: più o meno dolorosi, più o meno fastidiosi, più o meno delicati, più o meno pesanti, più o meno invadenti. Un intervento chirurgico presuppone un taglio che, per quanto piccolo sia, è la conseguenza di un contatto invasivo e doloroso; le mani degli operatori, perciò, solitamente vengono temute dai pazienti piccoli, e più grandi, e dai loro cari.

Gli operatori devono toccare i pazienti per riuscire a curarli, ma ogni tocco è unico come unico è chi lo compie. Ogni operatore cerca un modo per rassicurare il piccolo paziente, o il ragazzo con cui entra in contatto, nel vero e proprio senso della parola. C’è chi usa le parole, chi spende qualche minuto per cercare di stabilire una relazione di fiducia, chi trova argomenti accattivanti e chi stupisce con «effetti speciali», facendo un trenino per portare la lettera di dimissioni. Gli operatori, in chirurgia, non possono mettere le «mani in alto», ma cercano continuamente di giustificare al bambino la necessità che hanno di mettere le mani su di lui per fare alcune manovre fastidiose o dolorose.

Oltre alla fatica e alla concentrazione, legate alle tecniche professionali, devono sostenere l’impegno della relazione con il paziente di una chirurgia pediatrica. Soprattutto gli infermieri e gli oss conoscono i desideri dei bambini ricoverati, le loro passioni, i giochi che preferiscono e i personaggi dei cartoni che amano: questo è il modo per riconoscere chi si ha davanti per ciò che è, e non per il problema chirurgico che ha. Accompagnano molto spesso il loro toccare con l’accarezzare, e con gesti che vogliono consolare. Qualcuno regala generosamente sorrisi e qualcun altro un po’ meno ma tutti, con il loro «toccare», si prendono cura dei loro pazienti in un modo speciale.

di Rosella Giuliani, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva