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28/11/2019 | Portare tanti nomi nel cuore

10 gennaio 2006. Da quel giorno la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Da quel momento la parola “coraggio” avrebbe avuto un senso più profondo. E la paura, così tanta da farmi mancar l’aria, da farmi tremare le gambe, avrei dovuto accantonarla.


Era iniziata la più grande avventura della mia vita, ero diventata mamma (e già questo a volte può spaventare) di una piccola guerriera, Giada. Mi ero creata delle aspettative sulla sua nascita, ma il destino ha scombussolato le carte, mettendoci di fronte a dei necessari e immediati interventi chirurgici, a una trasferta di alcuni mesi lontano da casa, lontane dall’affetto della famiglia, con tantissima preoccupazione e moltissime domande.

La più frequente di tutte: perché proprio mia figlia?

Ecco, a questa domanda, nonostante siano passati tredici anni, non ho mai trovato una risposta concreta, ma non la cerco più. So solo che è la nostra storia, la sua storia, e le cose belle non sono mai perfette, non sono facili… ma sono speciali!

Ogni giorno la routine era la stessa, disinfettare le mani, indossare una camicia e i copriscarpe, entrare in reparto, stare attenta a come prendevo in braccio Giada, per non tirare i tubicini che la collegavano ai macchinari. Gioire a ogni suo piccolo miglioramento. Stupirsi per quanta forza un bambino possa avere, per quanto piccolo possa essere.

La sera coricarsi in una stanza in affitto, sperando in un domani positivo.

In tutto questo mio trambusto di emozioni c’erano medici, infermieri e ausiliari che si prendevano cura della mia bambina e con cui potevo scambiare una parola, c’erano altri genitori con i quali farsi forza e sentirsi meno soli.

Poi un giorno entrò nella stanza una donna, si presentò come una volontaria di A.B.C., mi raccontò dell’associazione, presentandomi altre sue colleghe. Chi mi portò un pupazzo in dono per la mia piccola (una graziosa mucca che tuttora veglia sui suoi sonni), chi mi dedicò il suo tempo, permettendomi di sfogarmi, offrendomi una spalla su cui piangere, aiutandomi ad affrontare questo percorso con maggior serenità, e chi mi offrì una casa per il periodo rimanente.

Stava infatti per essere inaugurato il primo appartamento di A.B.C., e io ero la prima mamma ad andare a vivere in questa struttura. Che sollievo rientrare la sera e potersi preparare un pasto caldo, nella propria intimità! Un po’ di normalità. Seppur distante dal mio paese, mi sono sentita accolta e protetta, proprio come in una famiglia e, anche se le difficoltà non mancavano, io e Giada eravamo circondate da persone pronte a darci sostegno.

Qualche mese dopo la mia guerriera fu dimessa, potevamo finalmente iniziare un nuovo capitolo della nostra vita, con una lista di priorità diversa rispetto a prima, con la consapevolezza che nulla si può dare per scontato, che ci vuole pazienza e che con la potenza dell’amore si possono scalare anche montagne apparentemente insormontabili. Porto nel cuore tanti nomi e tanti ricordi. Grazie A.B.C., siete casa, forza e amore!

 





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