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09/07/2019 | LA VOCE DEI VOLONTARI

La protagonista della voce dei volontari di oggi è Monica, una delle primissime volontarie di A.B.C. che ci racconta oggi l’inizio della sua attività e come negli anni si è evoluta. Le sue parole ci accompagnano nel suo percorso e trasmettono ciò che per lei è essere una volontaria di A.B.C.


Credo di essere la volontaria più vecchia e non mi riferisco solamente all’età anagrafica, ho iniziato a far parte di A.B.C. quando eravamo solamente in due a entrare in reparto. Per poter garantire una o al massimo due giornate di presenza all’Ospedale infantile Burlo Garofolo, entravamo nelle stanze da sole, senza maglietta rossa, senza carrello. Pochi erano i libri e i giocattoli da offrire ai piccoli pazienti, all’inizio non avevamo neppure i DVD.
Per me varcare la soglia ed entrare in una stanza non è mai stato facile, avevo sempre il timore di disturbare e di essere inopportuna. Non è mai stato così, nella maggior parte dei casi, sono sempre stata accolta con un sorriso o con curiosità, non ho mai trovato ostilità o indifferenza, e mentre parlavo ai genitori i bambini mi hanno sempre guardato con benevolenza. Entrare in relazione con i piccoli pazienti, dopo i primi momenti di impaccio (da parte mia) è sempre stato piacevole e molto appagante.
I primi anni andavo a trovare i bambini del reparto semplicemente con il giornalino di A.B.C. e con qualche numero di Giulio Coniglio che Loredana, la prima volontaria, era riuscita a scovare chissà dove. I più piccoli riconoscevano le immagini di Nicoletta Costa, i più grandi osservavano che erano gli stessi disegni di alcune tele che abbellivano le pareti del reparto di chirurgia e così si iniziava ad entrare in contatto.
Poi, piano piano sono arrivate alcune novità: il carrello, i primi DVD, libri e alcuni giocattoli, le carte e la maglietta rossa. Prima dell’avvento del carrello e della maglietta per rendere visibili i volontari e per agevolare il trasporto di oggetti, c’era una borsa bianca da portare a tracolla, con il logo ABC. Lì riponevamo qualche foglio per disegnare, pennarelli, cere e matite colorate, qualche libretto. Quanti chilometri percorsi in su e giù, lungo il corridoio, dalla sala del day-hospital alle stanze perché ogni volta nella borsa mancava qualche cosa! E che dire della serratura dell’armadio, l’unico che avevamo all’epoca, la cui serratura ci faceva impazzire e suscitava l’ilarità di genitori e bambini che erano nella sala giochi in attesa di essere visitati e che ci vedevano continuamente armeggiare come aspiranti Arsenio Lupin nel tentativo di aprire o chiudere le ante dell’armadio, progressivamente sempre più ricolmo.
Indossare la maglietta rossa è stato un grande traguardo, ci ha reso immediatamente riconoscibili e con il tempo siamo diventate le “ragazze delle magliette rosse”. Ora, nel mio caso, l’appellativo “ragazze” fa sorridere, ma per le altre volontarie (e volontari) era appropriato perché il gruppo era diventato più cospicuo con l’arrivo di ragazze giovani e anche di qualche maschio. Già! Un bel giorno mi ritrovai in turno con un simpatico signore, a me coetaneo, altissimo e dal forte accento tedesco. Sembravamo la strana coppia. Io bassa, lui alto alto tanto da incutere a volte un bel po’ di timore soprattutto nei bambini e un certo rispetto nei genitori. Un giorno, entrammo in una stanza con il carrello ricolmo di oggetti, terribilmente cigolante. Subito due piccoli iniziarono a piagnucolare guardando Harry; a loro sdraiati a letto, quell’omone gentile e timido doveva sembrare ancora più alto e forse minaccioso. Improvvisamente, con un fragore assordante, il carrello perse una ruota facendo cadere a terra tutto ciò che avevamo ammonticchiato sopra. Una scena che scatenò un’ilarità generale tra i piccoli ricoverati e i genitori e le risate continuarono a dismisura perché, come Gianni e Pinotto, cercando di raccogliere il più velocemente possibile DVD, libri e giochi questi ci ricadevano dalle mani o peggio, riposti alla rinfusa scivolavano nuovamente a terra perché il carrello, senza una ruota era inclinato da una parte. Più rossi della maglietta che indossavamo, Harry ed io uscimmo dalla stanza con il carrello sbilenco e spargendo per il corridoio gran parte del contenuto che ci affannavamo ad accatastare, tra le risate di tutti tornammo in sala giochi.
Come dicevo, nella sala giochi o meglio del day-hospital all’epoca c’era il nostro unico armadio e lì dentro mettevamo le nostre borse personali, giacche e cappotti. Un giorno Giulia, una giovane volontaria ed io ci trovammo alle 17 per il nostro giretto in reparto e ci intrattenemmo con qualche piccolo paziente oltre le 19.30. Tornando verso la sala del day-hospital, scoprimmo con sgomento che a quell’ora la porta della stanza veniva chiusa a chiave dall’inserviente che aveva effettuato le pulizie.
“E ora?” Ci domandammo “Come facciamo a ritornare a casa?” L’idea di rientrare a casa senza cappotto (era inverno), a piedi, sperando di trovare un familiare che ti aprisse la porta di casa, era una faccenda tragicomica. Chiedemmo alla caposala le chiavi, non le trovò. Cercammo l’inserviente ma ci dissero che aveva finito il turno ed era rincasata (beata lei, pensammo). Il medico di turno, impietosito dalla nostra situazione, ci consigliò di chiedere ai guardia fuochi una copia delle chiavi. Furono molto gentili e disponibili, ebbero una certa difficoltà nel trovare la chiave giusta e dopo un’ora e mezza riuscimmo a indossare i cappotti, ad afferrare le borse e a ritornare finalmente a casa!
Concludo questo mio “Amarcord” raccontando un altro episodio divertente e decisamente imbarazzante che mi capitò qualche anno dopo. Era una torrida estate, ricoverata al Burlo c’era una ragazzina costretta a letto da parecchi mesi. Per passare il tempo inventava un sacco di giochi molto particolari. Il gioco che aveva deciso di fare quel giorno era quello di tirare delle sonore pallonate addosso a noi volontari, pallonate che dovevamo ovviamente schivare. E se ciò non avveniva, la ragazzina decideva le penitenze più terribili e noi le dovevamo eseguire sotto il suo attento controllo. Alla prima pallonata la mia pena fu quella di fare 50 saltelli nella stanza, mentre lei si sbellicava. Alla seconda pallonata che mi colpì in testa, i saltelli vennero raddoppiati e dovetti saltellare fuori dalla stanza lungo il corridoio. Inutile dire che la ragazzina mi invitò a non imbrogliare perché, disse, pur dovendo rimanere a letto lei si sarebbe perfettamente accorta se ne avessi fatto qualcuno in meno. Fu così che cominciai a saltellare, sperando di non incontrare nessuno nel corridoio. Dalla stanza si sentiva la ragazzina che contava con una lentezza esasperante, gli infradito che indossavo quel giorno ai piedi di certo non erano la calzatura più appropriata per quell’inaspettata sessione di palestrae a ogni saltello producevano un suono fastidioso. E quel giorno le risate furono degli infermieri, dei genitori che si affacciarono alle porte delle stanze, incuriositi dallo scalpiccio, del primario di ortopedia, della “piccola tiranna” e delle due volontarie che erano con me…




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