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16/11/2018 | UN SENTIERO DA CONDIVIDERE

IL VALORE DEL SENTIRSI ACCOLTI E MAI LASCIATI SOLI

Era il 7 aprile 2011 quando io, Anabella, e mio marito Alessio ci recammo al Burlo per la prima volta. Ormai è passato più di un anno, ma il ricordo delle esperienze che abbiamo vissuto lì dentro me lo porterò nel cuore per tutta la vita.


Vi racconterò la mia storia, non perché sia la più bella e importante, ma perché voglio lasciare un messaggio a tutti i genitori che, come noi, hanno vissuto l’esperienza dell’ospedale. Come mamma voglio contribuire a infondere coraggio a tutti quelli che credono di essersi smarriti in questo cammino chiamato vita, voglio essere con le mie parole accanto a coloro che in questo momento si trovano a dare forza ai propri figli...

Tutto ebbe inizio il 5 aprile dello scorso anno quando, durante l’ecografia morfologica, mi dissero che Giulio aveva un’ernia diaframmatica: una patologia molto grave per il feto. Nell’ospedale del paese dove abitiamo non avrebbero avuto i mezzi per fare un esame più approfondito della gravità del caso. Così, nella disperazione di non sapere con esattezza di cosa si trattava, e se Giulio fosse in pericolodi vita o meno, e se avrei potuto portare a termine la gravidanza senza conseguenze anche mortali per il piccolo, ci trovammo a Trieste: prendemmo la macchina e di corsa raggiungemmo il Burlo. Non sapevamo da che parte andare, tant’è che finimmo nel pronto soccorso ostetrico!

Dopo vari giri, arrivammo al reparto diagnosi prenatale, dove conobbi per la prima volta la psicologa Rosella e la dottoressa D’Ottavio. Ci fu di grande sostegno, la psicologa Rosella, che già dal primo giorno ci rasserenò e ci mise in contatto con A.B.C.

È stato grazie all’associazione che siamo potuti rimanere quasi tre mesi nell’appartamento da loro messo a disposizione. Altrimenti non avremmo saputo come fare, perché il periodo di ospedalizzazione di Giulio era incerto, legato a tante variabili, e non si poteva prevederne la durata. E poi noi abitiamo a 100 chilometri di distanza da Trieste, per cui fare ogni giorno avanti e indietro non sarebbe stato sostenibile.

Riuscimmo a capire con un po’ più di chiarezza di che cosa si trattava. L’ernia diaframmatica è una malformazione congenita che prende un bimbo su 2.500-3.000 in maniera del tutto casuale, quindi non ereditaria, a causa della quale nel diaframma si crea, appunto, un’ernia. Il caso di Giulio era abbastanza grave, ma niente ci scoraggiò e, mese dopo mese, mi recai al Burlo per i controlli.

Ricordo precisamente quando arrivammo a Trieste per il mio ricovero. Era la fine di luglio, c’era un caldo afoso e tutti erano al mare. Noi invece ci incontrammo con la volontaria Egidia, la quale ci accompagnò all’appartamento che ci avrebbe accolto per un po’ di tempo.

Che dire del parto... Un cesareo, per me abbastanza traumatico. Da sola in quella sala chirurgica, un via vai di gente che aspettava Giulio, io distesa in quel lettino con la tenda davanti agli occhi, pregando che tutto andasse bene. Ormai avevo fatto il possibile per Giulio: ora toccava a lui lottare, ovviamente con l’aiuto dei medici e delle infermiere.

Nacque il 9 agosto alle 10 e 10 del mattino. Trambusto in neonatologia per il suo arrivo. Io lo vidi solo il giorno dopo, tenuto conto del taglio che avevo subito. Quindi scesi per la prima volta a guardare il mio bimbo in carrozzella. Quel reparto che mi era nuovo, e che avevo visto solo dietro il vetro, e poi tante culle, tanti bambini e tante mamme che correvano a portare il proprio latte ai loro piccoli. Percorsi tutto il corridoio e in fondo trovai la stanza dove era Giulio: lì, in prima fila, davanti ai dottori, sempre un’infermiera (per la precisione Georgia), che all’inizio si occupò di lui, se ne prese cura come fosse la sua mamma. Ricordo solo che quel giorno parlai con il dottor Cont perché Giulio era peggiorato e non si sapeva come sarebbe andata da quel momento in poi. Lacrime già al primo incontro con il mio piccolo. Ma presto arrivò il giorno dell’intervento. Erano presenti il primario di neonatologia, il dottor De Marini, il primario di chirurgia che operò Giulio, il dott. Schleef, con tutta la sua equipe, e tante altre persone che poi rividi poche volte.

L’intervento riuscì e dovette essere seguito da una lenta riabilitazione. Trascorsi questi due mesi da sola, visto che Alessio doveva tornare a casa per via del lavoro.

Quindi tutto ebbe il tempo di diventarmi familiare, come una routine. Per esempio le mamme che incontrai in Lactarium, e con cui ho poi legato moltissimo. È stato un periodo lungo e difficile, perché Giulio faceva un piccolo passetto alla volta, ma con l’aiuto di tutti e con un pizzico necessario di distrazione il tempo è volato. Siamo approdati a Trieste a fine luglio e siamo poi tornati a casa con l’inverno a fine ottobre.

Ma c’era ogni giorno una novità, un progresso che faceva il piccolo, una mamma a cui dare il tuo sostegno, altri bimbi che arrivavano.

Insomma, non ti accorgevi nemmeno che fuori dall’ospedale la vita continuava coi suoi ritmi e le sue incombenze.Si arrivava al mattino presto e si tornava in appartamento alla sera, mangiando in mensa e bevendo un caffè alle macchinette. Fu questo il mio quotidiano dopo che mio marito riprese a lavorare. Fai amicizia con le altre mamme, ti dai aiuto reciproco e cerchi uno svago per il resto della giornata. Perché è pesante vivere i giorni nell’incertezza del futuro di tuo figlio. Guardi gli altri bambini che tornano a casa e tu sei ancora lì, aspettando il tuo turno in silenzio, e sperando che arrivi presto.

Il nostro turno arrivò il 24 ottobre. Fiumi di lacrime... saluti tutti e saluti le tue compagne di avventure, quelle mamme che ti sono state accanto e per le quali daresti tutto, per farle stare bene, perché sai perfettamente che tutti siamo nella stessa barca. Andar via dall’ospedale, dunque, per certi aspetti mi è dispiaciuto: ho lasciato un pezzo della mia vita lì dentro. Ormai Giulio sta bene, ma i controlli sono necessari. E allora ritrovi tutti quanti.

Il primo pensiero va a Rosella, e alla terapia intensiva, e alla dottoressa Laura Travan che ci accoglie ad ogni visita. E poi incontri sempre qualcuno con cui hai parlato almeno una volta durante il periodo di ospedalizzazione, che sia un infermiere, un dottore, un operatore, come fossero lì ad aspettarti. Ad aspettare proprio te. È stata un’esperienza faticosa, ma ci ha insegnato che nella vita bisogna lottare per ottenere ciò che si desidera. E a me, in particolare, ha mostrato quanta voglia di vivere hanno i bambini dentro loro stessi. Non lo dimenticherò mai! Vi abbraccio immensamente, con calore, mamma Anabella, con papà Alessio e il piccolo Giulio.

 





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  Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo - onlus - Cod. Fiscale 01084150323   Credit: Altamira / Agora Web