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05/10/2018 | LA STORIA DI PAULA

DI PROMESSE MANTENUTE E DI….MANGIARE IN TESTA

C’era una volta una bella bambina che, come tutti i bambini, a cinque mesi cercava di stare seduta. La sua mamma si accorse che qualcosa

non andava nella schiena di sua figlia...


Vivevano in Romania e, in certi Paesi, trovare un ortopedico specialista era proprio impossibile. Trascorsero così sette anni tra fisioterapisti e busti ortopedici. Quando Paula e i suoi genitori trovarono l’unico ortopedico specialista in pediatria, sembrò loro che finalmente la schiena della bambina potesse diventare dritta come quella degli altri.

Avrebbe dovuto sopportare più interventi chirurgici. Dietro il suo corpo, Paula cominciò a portare i segni del lungo percorso chirurgico, con cicatrici che corrono sulla schiena tracciando quelle strade a volte troppo ripide da percorrere, per un bambino della sua età. Dopo il primo intervento arrivò il secondo, e poi il terzo. Paula intanto aveva compiuto 13 anni e il suo papà se ne era andato. Per sempre.

Quando Paula arrivò al liceo scientifico, la sua schiena era molto più ricca di cicatrici, costate molto care a tutta la famiglia. La matematica diventò

la sua materia preferita e tutti i voti scolastici erano molto alti: riusciva a studiare nonostante la sua vita faticosa. Una delle cose complicate che Paula era costretta a fare era vestirsi: tutto le stava male.

Qualsiasi maglietta o maglione non riusciva a nascondere quella grande protuberanza dietro la sua spalla destra. Paula cresceva con le due sorelle più piccole, la nonna e gli altri compagni di scuola ma a 16 anni non riusciva più a respirare bene e a camminare facilmente. Ai controlli medici, in Romania, dissero che non avrebbero più potuto far nienteper lei. La mamma Simioana era in Italia a lavorare già da qualche anno, per mandare i soldi a casa e, come solo le mamme sanno fare, non si arresealle parole dei medici rumeni: cercò, domandò, si informò e finalmente chiese un consulto in Italia ...... un medico ortopedico mi visitò in un ospedale vicino La Spezia e, poiché le mie condizioni di salute erano gravi, mi consigliò di rivolgermi ad un suo collega che spesso visitava a Genova.

Non mi aspettavo grandi soluzioni, invece il dr. Carbone mi visitò e mi propose un percorso chirurgico a Trieste al limite dell’immaginazione: accettai solo perché questo dottore riuscì a rassicurarmi. A giugno ho fatto il primo intervento al Burlo e sono rimasta ricoverata per due settimane, il bello doveva ancora arrivare!

Il 29 agosto, infatti, sono di nuovo entrata in ospedale per uscirne l’8 novembre. In due mesi il reparto di chirurgia è diventato per me e per la mia mamma un posto familiare, con odori familiari, sapori familiari e visi familiari che spesso sono serviti a rassicurarmi e a sostenermi. Se potessi descrivere la strada che ho percorso, direi che assomiglia molto alle «montagne russe», tanti alti e moltissimi bassi; quando i dolori erano molto forti, mi sembrava che non sarei mai riuscita ad arrivare alla fine.Potevo trovare forza e motivazione solo nel vedere la mia schiena un po’ più dritta, perché sostenuta dal tiraggio. Prima dell’ultimo grande intervento, non avrei mai creduto di voler mantenere quel ferro piantato nella testa che, solo a pensarci, mi faceva orrore. Come sarebbe stato ora il mio corpo? Era storto, era corto, era sproporzionato, ma io lo conoscevo: alla fine di questa strada non sapevo cosa avrei trovato.

Ora cammino bene anche senza aiuto, respiro con facilità e mi sono guardata allo specchio: finalmente ho le spalle dritte, sono più alta anche se ancora troppo magra, ma sono riuscita a guardare nel piatto che la dottoressa Vittoria aveva messo sulla sua testa. La dottoressa ha mantenuto la promessa, quella fatta quando ci siamo conosciute: sarei diventata più alta di lei e le avrei mangiato in testa!

Grazie a tutti,

Paula

 





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  Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo - onlus - Cod. Fiscale 01084150323   Credit: Altamira / Agora Web