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02/08/2018 | UN PITONE LUNGO 8 METRI E MEZZO

QUANDO LA PARTE PIÙ INTERESSANTE DEL PROGETTO DIVENTA IL PROCESSO STESSO

Il  libro  “Nella  foresta  veramente  scura.  Storie  di  avventure,  cicatrici  e  coraggio”  è  figlio  dell’incontro di diverse personalità e professionalità, che con sensibilità, impegno e dedizione si sono fuse in una sinergia  di  intenti.  In  questo  numero  desideriamo  dare spazio e voce a Matteo de Mayda, direttore artistico  di  questo  progetto  editoriale  e  di  numerosi  altri progetti per il sociale e legati alla sostenibilità.


Oggi gli chiediamo di raccontarci, dal suo punto di vista, il dietro le quinte del processo creativo e partecipativo che ha dato alla luce il libro.

Nella  foresta  veramente  scura  è  stato  ideato  e  realizzato in nove mesi, il tempo di una gravidanza. Qual è  stato  il  momento  del  concepimento,  quella  che  può  essere definita la genesi del progetto?

«Ho  conosciuto  la  realtà  di  A.B.C. circa  un  anno  fa  e  dopo  pochi  giorni  mi  sono  trovato  catapultato tra i giochi del piccolo Riccardo a fotografarlo per la campagna 5x1000 di A.B.C. In quell’occasione lui e la madre mi hanno raccontato di una battaglia con “un pitone di otto metri e mezzo” a cui Riccardo aveva dato un pugno finendo per “fargli ciucciar mentine” perché il malcapitato aveva perso tutti i denti.

Era una delle storie di fantasia che Riccardo si era inventato per giustificare le sue cicatrici agli amici.

Questo racconto mi ha spezzato il cuore e contemporaneamente mi ha fatto desiderare di sentire altre  storie  come  quella.  Così,  dopo  aver  rimuginato  qualche  giorno,  sono  tornato  dall’associazione  con l’idea del libro.»

Hai definito il libro “un esperimento in evoluzione”. Cosa intendi con questa espressione?

«La natura di un processo partecipativo come questo è di definire una struttura iniziale, una sorta di percorso  in  cui  i  partecipanti  possano  esprimersi  liberamente. Si conosce la direzione ma non quale sarà la meta con esattezza, così la parte più interessante del progetto diventa il processo stesso.»

Che valore si può attribuire alla parte visuale e grafica in questo libro e in che modo essa si integra con i racconti dei dieci piccoli autori?

«Circa un mese fa un ragazzo di una scuola superiore,  a  proposito  di  questo  progetto,  mi  ha  chiesto se quello della fantasia non fosse in realtà un modo per sfuggire alla realtà anziché affrontarla. Io credo che spesso il senso delle cose non si trovi dietro ai calcoli oggettivi e abbiamo chiesto proprio questo ai

bambini e agli illustratori, di raccontarci il loro senso,  in  modo  che  il  lettore  si  potesse  avvicinare  alle storie a modo suo. Astrarre per essere più concreti, dunque.

Per quanto riguarda la grafica penso che il lavoro dello studio bruno sia di estremo valore perché unisce  la  funzionalità  della  consultazione  all’eleganza  degli  elementi,  curati  nel  dettaglio.  Un  esempio  è l’indice,  dove  i  titoli  delle  storie  ricreano  una  sorta  di percorso nella foresta. Quegli elementi sono stati poi ripresi per i titoli delle singole storie creando un elemento sempre differente nel ritmo del libro. Da lettore viene voglia di sfogliare le pagine per scoprire come sarà impaginato il titolo successivo.»

Se potessi tornare indietro cambieresti qualcosa?

«Il libro sicuramente è perfettibile e questo accade soprattutto in un progetto partecipativo come il nostro, che ognuno dei partecipanti ha arricchito, dove ognuno ha dovuto fare un passo indietro in favore di un fine più grande. Per cui sì, avrei cambiato molte cose, ma l’obiettivo infinitamente più importante del  mio  parere  era  il  valore  del  progetto  complessivo.»

Qual  è  il  segno  più  evidente  che  questa  esperienza  ha lasciato in te, in qualità di persona e di professionista?

«Ho collaborato con diverse ONG e con tutta sincerità  inizialmente  non  credevo  saremmo  arrivati  fino  in  fondo,  A.B.C. mi  ha  sorpreso  per  come  a  volte le associazioni di piccole dimensioni possano essere più concrete di quelle più grandi.»

Se in futuro si presentassero altre occasioni, ti piacerebbe collaborare nuovamente con A.B.C.?

«Una mia cara amica, che vedo poco ma sempre in momenti importanti della mia vita, dice che bisogna interrompere  la  conversazione  nel  momento  più  intenso, quando le cose importanti sono state dette, perché la forza dello scambio rimanga integra.»





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  Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo - onlus - Cod. Fiscale 01084150323   Credit: Altamira / Agora Web