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28/11/2017 | LA VOCE DEI VOLONTARI
Un luogo dove le “costrizioni” si traducono in opportunità di crescita e occasione per mettersi alla prova e sfidare i propri limiti: ecco come Andrea, volontario A.B.C., descrive il reparto di chirurgia. In quelle stanze, teatro di dinamiche personali e familiari uniche, i volontari diventano “stampelle” per i piccoli pazienti e “collante” tra le loro storie.
 

 
“Essere volontari A.B.C. vuol dire anche supportare il coraggio dei giovani pazienti ospiti nel reparto di chirurgia. I bambini e i ragazzi che sono ricoverati a causa di un intervento chirurgico sono soggetti a un maggior numero di costrizioni dettate dalla loro condizione di pazienti rispetto a quanto accada in altri reparti. Infatti, non solo devono permanere all’interno della struttura ospedaliera per un lasso temporale che non sempre è ben delimitato, ma molto spesso anche la posizione fisica del corpo di questi ragazzi sul letto o sulla carrozzina è dettata dal tipo di intervento affrontato.
Dato che queste costrizioni esistono, devono essere affrontate e possono essere “capovolte” dai bambini, diventando un’occasione di crescita personale unica, in quanto esperienze talmente imprescindibili e uniche del ricovero che difficilmente possono essere comprese e vissute al di fuori di esso.
Voglio riportare di seguito due esempi che chiariscano meglio come ciò accade.
 
La stanza 1, che paradossalmente è l’ultima alla fine del corridoio, è la più grande di tutte e ospita a pieno regime fino a 4 bambini per volta. Ovviamente, i bambini che si incontrano per la prima volta al momento del ricovero non sempre sono nelle condizioni idonee di potersi conoscere per giocare assieme come vorrebbero, anzi spesso sono intimoriti da quegli estranei, diversi da loro per vari motivi, come il tipo di intervento da affrontare, l’età, la provenienza, la cultura di origine, etc… Una situazione di questo tipo generebbe imbarazzo in qualsiasi adulto: immaginiamoci in una stanza assieme a degli estranei e proprio in un periodo della nostra vita in cui siamo più fragili, improvvisamente ci ritroviamo privati della nostra privacy. Chiaramente, possiamo immaginarci questo tipo di vissuti anche nel bambino, e che rendano ancora meno sopportabile la convivenza “forzata”. Dalla mia esperienza, affinché questa impasse sia superata è sufficiente che uno solo dei bambini riesca a trovare il coraggio sufficiente a coinvolgere gli altri nel suo gioco. Ne consegue che il ruolo del volontario, in questi casi, è quello di creare il contesto idoneo perché ciò accada.
 
Ricordo una volta in cui assieme ad altre due volontarie ci siamo trovati nel mezzo di questa situazione di blocco e silenzio. L’approccio è stato allora quello separarci così da passare del tempo con tutte le famiglie contemporaneamente, ma al contempo di creare un punto di raccordo per i bambini attorno al carrello dei giochi.Timidamente, un primo bambino, in sedia a rotelle, trova il coraggio di avvicinarsi per primo ai giochi e di prendere un mazzo di carte da usare con la mamma. Come una lampadina che si accende all’improvviso nelle loro menti, anche gli altri bambini iniziano a fare lo stesso ed eccoli un minuto dopo tutti insieme ad arraffare i libri e i dvd, contendendosi quelli più colorati e dalle immagini più accattivanti. Allora uno dei volontari li incalza: “Ma come! Prendete tutti i giochi per giocare con le vostre mamme e non tra di voi?”.
 

Per la seconda volta, il suggerimento sembra innescare una scintilla nei giovani pazienti: il più scaltro afferra una valigetta contente uno stetoscopio, una siringa e una fiala giocattolo ed inizia a rilevare i parametri vitali di un altro, aiutato dal terzo compare nel ruolo di assistente del medico. Come volontario, quando entro in una stanza in cui regna il silenzio e l’imbarazzo, ma uscendo mi lascio alle spalle giocattoli sparpagliati e i bambini così dediti al loro gioco da salutare distrattamente, allora so di avere fatto il mio.

 

Più complessa è la situazione in cui il giovane paziente è disteso sul letto a seguito dell’intervento e deve trovare il coraggio di rimettersi a camminare. Credo che al di là dell’oggettivo dolore, che già di per sé rappresenta un ostacolo notevole, sorga naturalmente anche la paura di scoprire di non riuscire in un comportamento così semplice e quotidiano come il camminare. A questo si aggiunge la preoccupazione dei genitori, che invece cercano di infondere coraggio in loro figlio, spronandolo ad una efficace riabilitazione procedendo a piccoli passi, ognuno dei quali rappresenta una meta conquistata nel cammino del recupero. Noi volontari talvolta entriamo nella stanza nel bel mezzo di queste dinamiche e solitamente siamo coinvolti in prima persona dagli stessi genitori dopo pochi minuti di chiacchierata.
 
Ricordo una giovane ragazza, che aveva subito un intervento alla schiena e faticava molto a riprendere a camminare. In questo caso io e le mie colleghe abbiamo agito un po’ come se fossimo delle “stampelle” per la ragazza. Prendendo le parti della madre, che cercava di motivare la figlia ad alzarsi, abbiamo condiviso le storie che altri ragazzi ci avevano raccontato del loro simile vissuto e, con la scusa di andare a prendere un libro sul carrello, abbiamo aiutato la ragazza ad alzarsi e a spostare le gambe fuori dal materasso. Questo gesto così insignificante, che ha però un grande significato all’interno dell’ospedale, ha senz’altro richiesto grande coraggio alla ragazza.
 
Credo che questi due esempi ben descrivano come una situazione di costrizione determinata dal ricovero possa rappresentare terreno fertile per mettersi alla prova e sfidare i propri limiti (creduti tali), siano essi fisici o psicologici, rafforzando la capacità di far fronte agli ostacoli che la vita pone”.
 
 




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  Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo - onlus - Cod. Fiscale 01084150323   Credit: Altamira / Agora Web