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23/02/2016 | LA VOCE DEI VOLONTARI

Qual è il confine tra il dare e il ricevere nel volontariato?
Oggi Nicola ci dice cosa ne pensa, raccontandoci, con sguardo attento e voce emozionata, la sua prima volta in reparto. 


Mi è stato chiesto di partecipare alla rubrica "La voce dei volontari". E con entusiasmo mi sono messo a scrivere questo intervento, sapendo già dove mi avrebbe portato e cosa avrei voluto scrivere.

In un periodo della mia vita mi sono persuaso che dovevo regalare un po' del mio tempo a qualcuno, qualcuno che poteva averne bisogno. Ed ho intrapreso la strada del volontariato. Dapprima ho iniziato a fare il volontario presso il dormitorio della Comunità di San Martino, ma sentivo che c'era qualcosa che mancava. Sentivo che dovevo integrare questa esperienza con qualcosa di "forte", qualcosa che lasciasse il segno, qualcosa che fosse anche una sfida, che andasse oltre a quelli che consideravo i miei limiti.

E, dopo aver conosciuto l'associazione A.B.C. e a seguito della mia prima esperienza in reparto, ho capito che avevo bisogno io di essere lì. In quell'ospedale. Che tanto mi ha dato e tanto mi ha tolto.

Dove nulla è per caso e soprattutto dove tutto è ciò che deve essere, io ero lì, in quel primo giorno, in reparto, assieme alla nostra responsabile, in quel primo giro tra le stanze. E' stata un'esplosione di stati d'animo. Erano bambini. Solo bambini. Con patologie visibili. Con disabilità notevoli. O anche presenti per un semplice intervento di chirurgia considerata di "routine". Ma sempre e solo bambini. 

Con la loro innocenza. Con il loro sorriso disarmante. Mi sono chiesto, ma perché sorridono? Cosa hanno da sorridere? E poi mi sono chiesto, perché io non sorrido così?

E poi, dietro la porta di una stanza, ho capito il motivo per cui ero là. Ho capito perché tutto avviene nei modi e nei tempi giusti.

C'era un bambino. Gli abbiamo chiesto il nome. Il suo nome è un nome che nel mio cuore è inciso in maniera indelebile. Lui era là per me. Non ero io ad essere là per lui. 

Gli abbiamo chiesto la sua età. Aveva 5 anni. Stava disegnando. Gli piaceva disegnare.

Ci siamo fermati a chiacchierare con lui.

Il suo viso era sereno, il suo sorriso leggero e sincero. La sua patologia visibile ma a lui non importava. A nessuno importava.

Ci siamo seduti accanto a lui. Abbiamo giocato e disegnato assieme. Ci ha raccontato del suo "essere grande" all'asilo, ci ha raccontato che aiuta i bambini più piccoli nelle cose di ogni giorno. E nel raccontarlo, il suo viso era felice e pieno di orgoglio. I suoi occhi erano luminosi.

Ci ha raccontato che ha una sorella più piccola e che imita tutto quello che lui fa.

Il tempo è passato. Veloce. Non avrei voluto andare via. Avrei voluto chiedergli: "Giochi ancora un po' con un bambino grande?".

Poi siamo usciti.

Fuori dalla stanza, dal reparto, dall'ospedale. Ho preso il bus.

Occhiali neri mascheravano gli occhi rossi e le lacrime che a stento riuscivo a trattenere. 

Ho capito che ero io ad aver bisogno di questa esperienza da volontario.

Ho capito che non ero io a fare il volontario.

Ho poi incontrato persone fantastiche che fanno le volontarie da tanto più tempo di me.

Mi diverto con loro.

Faccio divertire.

Spero di poter continuare.





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  Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo - onlus - Cod. Fiscale 01084150323   Credit: Altamira / Agora Web