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09/02/2016 | LA VOCE DEI VOLONTARI

"Volontario": una parola densa di significati molteplici e personali.
Cosa significa fare volontariato all'interno di A.B.C.? Oggi Anna, con grinta ed entusiasmo, ce lo racconta!


Evviva! Sono stata scelta per raccontare la mia esperienza a “La voce dei volontari” di ABC Associazione Bambini Chirurgici del Burlo!

Oddio, cosa dico? Cioè…da che parte comincio? Dall’inizio, direte voi…bella forza, ma volete dire che devo cominciare a parlare di quando facevo parte dell’altra associazione di volontariato e ho conosciuto ABC con i mercatini, o di quando sono andata a far pacchi regalo lo scorso Natale? O di quando sono entrata in ascensore con Sandra che ha premuto il 2? O di quel lungo periodo in cui continuavo a pensare vado-nonvado-vado-nonvado-Ok, vado…ma no, chi me lo fa fare?-non vado-No, ho già abbastanza impegni-Ma sì, vado-Vado, che figo, devo almeno provare-no, non vado…Decisione sofferta, la mia, anche se, in fondo, sapevo da anni che qualcosa avrei combinato nel volontariato…e in ospedale in particolare. In ambito sanitario già ci lavoro, da diversi anni, e gente che sta male la vedo tutti i giorni, tra i pazienti e tra i colleghi. Molto spesso, purtroppo, posso anche vedere i loro peggioramenti: man mano che un minimo di confidenza si instaura, vengo a conoscere anche le loro sofferenze più intime, e qualcuno l’ho rivisto per l’ultima volta sul giornale. Credevo quindi di essere già preparata a brutte scene, a situazioni imbarazzanti e terribili in cui non si sa cosa dire o cosa fare perché sembra tutto inutile.

Certo, vedere un adulto che sta male è differente dal vedere un bambino che soffre: un bambino non può stare male, un bambino deve giocare, ridere, combinare guai.

È contro natura vederlo su un letto di ospedale, con flebo, cateteri e chissà cos’altro, ma mi facevo forza pensando che quei bambini non li conosco, mentre con molte persone che vedo sul lavoro c’è già un qualche rapporto.

Comunque non è una scelta da prendere alla leggera, e forse sì, sono stata troppo ottimista, ma ora che ci sono dentro mi stupisco nel vedere così tanta gente che lo fa e, allo stesso tempo, mi chiedo “Perché non lo fanno tutti?”

Perché in realtà costa veramente poco, e offre tantissimo: poche ore di tempo (lo stesso tempo di un caffè e due chiacchiere con un’amica: e in ABC ne ho trovate parecchie di amiche!), un’iniezione di coraggio e un sorriso. In cambio si possono avere tanti sorrisi di bimbi, tanti ringraziamenti dai genitori, qualche risata, qualche storia che, nella sua tristezza, diventa un insegnamento di vita, e la sensazione di aver fatto tanto (o almeno di averci provato). Comincio a pensare che fare volontariato sia una scelta egoistica perché regala molto più di quello che richiede.
Il primo giorno in reparto, con Sandra, sono entrata in camera di un bambino che piangeva: non gli interessava per niente la nostra presenza, né voleva guardare il nostro carrellino con dvd, libri e giochi. La madre, stanca, ci ha raccontato che si trattava della sesta operazione dall’inizio dell’anno.
Chi di voi, dopo sei operazioni in meno di nove mesi, avrebbe voglia di guardare libri e dvd? Chi di voi farebbe altro se non piangere? Sentivo che stavo per piangere anch’io, ma sapevo di non doverlo assolutamente fare. Sono contenta che sia stata la mia amica a parlare perché io non avrei avuto la voce ferma a causa di un groppo in gola. Ricordo la mia prima volta in ospedale, ricoverata: avevo quasi trent’anni più di quel ragazzino e le braccia piene di lividi perché le mie vene erano stufe di venir sforacchiate. Lui, quasi trent’anni meno di me, aveva bende sul viso e sulle braccia, e tubicini ovunque. Come può sentirsi un bambino in quelle condizioni? C’è qualcosa che si può fare per alleviare in qualche modo il suo dolore?

Non lo so, ma credo sia il caso di provarci.

Spesso sento dire che chi lavora in ospedale con i bambini perde la sensibilità, ma nel mio caso mi sentirei meno sensibile a restarmene a casa senza provare a fare qualcosa. Un’altra volta mi sono trovata invischiata in una splendida partita di “gioco dell’oca” con Alexandra, un piccolo ospite del Burlo e il suo papà: non mi son mai divertita tanto! Non avrei mai pensato di barare per perdere…avevo una di quelle giornate fortunate in cui ad ogni tiro di dado usciva 6, mentre il bimbo restava indietro e si arrabbiava. Alla fine, con qualche trucchetto, il bambino ha vinto.

Forse non siamo riuscite a rendere piacevole il suo lungo soggiorno in ospedale, ma almeno per un’oretta si è divertito e non ha pensato a tutti i suoi mali.

Forse è egoistico, superficiale pensare che quel poco tempo passato giocando con noi possa essergli stato veramente d’aiuto, ma credo che sia d’aiuto pensarlo per noi volontari, perché è proprio questo che ci fa continuare ad andare in reparto: la speranza di fare davvero qualcosa di buono.

Io credo che l’esperienza in ABC possa rendermi una persona migliore, non solo perché aiuto qualcuno, ma perché vedo tante situazioni e posso riflettere su tante cose: ci sono vite così diverse dalla nostra, persone che vivono esperienze tali che a noi sembrano impossibili, se non addirittura insopportabili, che noi affronteremmo in altro modo (magari peggiore!). Tutta questa confusione di nomi, volti, sofferenze mi fa pensare di essere una persona fortunata e, come tale, credo di poter dedicare almeno un po’ di tempo a chi è meno fortunato di me.





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  Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo - onlus - Cod. Fiscale 01084150323   Credit: Altamira / Agora Web