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26/01/2016 | LA VOCE DEI VOLONTARI

La prima volta nel reparto di chirurgia: ricordi, pensieri, sensazioni, emozioni.
Oggi Monica, attraverso suoi occhi e la sua voce, ci conduce per mano in una delle stanze, raccontandoci la sua prima esperienza in reparto.
Siete pronti per questo "viaggio"?

 


Quando qualche anno fa entrai nel gruppo dei volontari dell’ABC, all’inizio pensai che stare insieme ai bambini in fondo non mi era mai sembrato difficile, è il mio mestiere e fa parte di me... La prima volta che entrai in reparto fu per l’inaugurazione delle tele che abbelliscono i corridoi e già mettere piede nei corridoi (senza entrare nelle stanze) mi fece molta impressione e iniziai a pensare che forse non avevo considerato aspetti molto coinvolgenti e di aver accettato con leggerezza quello che mi sembrava, ora, un’impresa difficilissima. Qualche giorno dopo affiancai Loredana nel suo giro e con lei nuovamente tutto mi sembrò abbastanza “semplice e sopportabile” … ma come mi sbagliavo!

La prima volta che mi recai da sola in reparto, oramai parecchi anni fa, andai letteralmente in “mille pezzi”…

Decisi di prendere un po’ di tempo riordinando la sala d’attesa del Day Hospital, prima di iniziare a “fare sul serio”. Ma lì anche temperare una matita mi sembrò un’impresa titanica e mi ritrovai ad andare avanti e indietro tra la sala d’attesa e il corridoio della chirurgia innumerevoli volte perché mi mancava sempre qualche cosa (avevo scordato le matite, i fogli erano pochi, le brochure troppe…) era come se la sala del Day Hospital fosse l’unico rifugio…Non nascondo che provai un forte desiderio di fuga, mi resi conto che quando avevo accettato di far parte del gruppo non avevo fatto i conti con l’impatto emotivo che suscita un bambino malato e un genitore preoccupato o terrorizzato…Certo, quotidianamente sono a contatto con bambini, ma questi sono sani e seduti su una seggiola (o in movimento nel giardino della scuola) mentre i bambini in reparto sono sdraiati, il più delle volte appesi ai fili delle flebo e a macchinari che ne controllano i parametri vitali, sono arrabbiati, impauriti, spaesati e doloranti.

Con uno sforzo davvero titanico mi feci coraggio ed entrai nella prima porta aperta.

Nel letto era sdraiato un bambino di età indefinibile (e anche questo fatto per me fu destabilizzante, quando i bambini sono in piedi più o meno facilmente riesci ad attribuire loro un’età, quando sono sdraiati sembrano ancora più piccoli ed indifesi), aveva la flebo collegata ad un macchinario, il catetere e altri tubicini che uscivano dal corpo. Ricordo perfettamente gli occhi: grandi e nerissimi, arrabbiatissimi e impauriti si girarono per guardarmi per un secondo e poi si incollarono nuovamente allo schermo della televisione che trasmetteva dei cartoni animati. La madre uscì dal bagno e mi salutò cordialmente, dovetti farmi forza per iniziare il “discorso” che mi ero preparata su ABC, le parole faticavano ad uscire. La signora mi raccontò che il bimbo era appena uscito dalla rianimazione dopo esser stato sottoposto all’ennesima operazione per un’importante scoliosi. Il bambino, anche se sembrava rapito dai cartoni animati, pareva ascoltare ogni parola della mamma e ogni tanto mi rivolgeva un’occhiata fugace.
La mamma mi chiese se potevo far compagnia al bambino mentre andava a fumare una sigaretta. Lo disse come se dovesse giustificarsi della cosa, quasi se si sentisse in colpa. Il bambino guardò la mamma, muto, ma fu eloquente quello che disse con gli occhi. La madre uscì. Mi sentii terrorizzata…ed ora? Che faccio? Che dico? Come mi comporto? Forse mi sentii un po’ come lui…avevo una voglia matta di scappare da lì. Mi avvicinai al letto. Il piccolo, muto, guardava rabbioso i cartoni animati. Nella stanza regnava un silenzio pesante, dal televisore provenivano solamente suoni e non parole. Mi resi conto che stare in piedi accanto al letto era un po’ troppo “incombente” sul bimbo, così cercai una sedia e mi sedetti accanto al letto, chiedendo al bambino se potevo farlo. Lui, dopo un po’ con la testa fece un impercettibile segno di assenso.

Bene, pensai, almeno abbiamo rotto il ghiaccio.

Avevo con me Giulio Coniglio, una rivista per bambini con racconti e giochi, rivista che avevo offerto a Roberto quando la mamma era nella stanza ma lui non aveva neppure guardato. Seduta accanto a lui, aspettavo non sapendo bene dove guardare (il bambino? La televisione?). Non appena il suo sguardo si allontanò dalla televisione per posarsi sulla rivista che avevo tra le mani, chiesi se voleva che gliela leggessi. Altro impercettibile no con la testa, nuovamente gli occhi fissi sul monitor della televisione.Mi sentii ancor di più frustrata e inadeguata…ma quando torna la mamma pensavo…e probabilmente i miei pensieri erano gli stessi di Roberto. Il tempo sembrava non scorrere mai.
Nuovamente gli occhi del bambino si posarono su Giulio Coniglio e nuovamente presi la palla al balzo “Vuoi guardare le figure? So che sei arrabbiato, non ti preoccupare, la mamma torna subito!” Gli dissi. Impercettibile segno di sì. Iniziai a mostrargli i personaggi l’Oca Caterina, il Topo Tommaso, la Lumaca Laura tutti vestiti da Carnevale. Lui guardò per una frazione di secondo la pagina e poi gli occhi ritornarono alla televisione. Vinsi la frustrazione e dissi “Facciamo così, io resto qui finché torna la mamma ma se hai voglia che io ti legga la storia me lo dici”. Passò un tempo indefinito che a me sembrò un secolo e poi quegli occhi nerissimi abbandonarono la televisione per guardare la rivista. La aprii e ripresi a leggere la storia. Questa volta l’attenzione del bambino si soffermò per qualche secondo in più e poi si rifugiò nuovamente nelle immagini dei cartoni. Questo “gioco” durò per un po’ e ogni volta l’attenzione del bambino sulla storia del giornaletto era più lunga, era come se il bimbo pian piano si fidasse di me, un’estranea, ed io di rimando mi sentissi meno frustrata e desiderosa di fuga.

Si era stabilito un contatto tra di noi, io leggevo quando gli occhi, fugacemente si posavano su di me, mi fermavo quando il bambino rivolgeva gli occhi verso il monitor.

Roberto mi guardò veramente per la prima volta quando, nella storia che ascoltava, un personaggio si arrabbia perché non ha il vestito da Carnevale e si mette a piangere. Poi si perse nuovamente nelle immagini del cartone animato. Se da un lato mi sentivo contenta per i “progressi” che la nostra relazione faceva, dall’altro mi sentivo esausta e non vedevo l’ora che la madre tornasse e quando entrò un’infermiera per controllare la flebo e mi chiese dove fosse la madre del piccolo paziente, ebbi la sensazione di essere totalmente fuori posto, quasi che la mia presenza potesse in qual che modo disturbare tutti, infermiera compresa.
Non so dopo quanto tempo tornò la madre. Il bambino le riservò un’occhiata rabbiosa e tornò a guardare il monitor. L’arrivo della mamma portò con sé uno sgradevole odore di fumo, mi disse che doveva assolutamente fumare, quasi non le restasse altro da fare e mi raccontò del senso di solitudine che provava a stare da sola a Trieste lontana da tutti i familiari e delle operazioni subite dal figlio. Entrò l’infermiera con il vassoio della cena e realizzai che dal mio ingresso nella stanza era passata un’ora abbondante…a me sembrava un secolo e il desiderio di fuga si fece ancora più impellente, così con la scusa che era ora di cena e che era meglio che io andassi mi accomiatai. Lasciai Giulio Coniglio sul letto, salutai Roberto. Lui non girò lo sguardo fino all’ultimo istante e mi lanciò un’occhiata solo all’ultimo momento.
Non ebbi la forza di entrare nelle altre stanze e me ne andai via di corsa. Una cosa mi frullava per la testa: ma Roberto sapeva parlare? Certo, gli occhi erano eloquentissimi ma poteva anche esprimersi con le parole?

Con il tempo ho imparato a tollerare quel senso di inadeguatezza quando entro nelle stanze, quella voglia di scappare a gambe levate, quella sottile sensazione di essere inopportuna e fuori posto. Però quando esco dal Burlo sono felice di aver fatto qualche cosa per gli altri…oltre che per me.

 

Se anche tu vuoi dare sostegno ad A.B.C. e desideri entrare a far parte del gruppo di volontari scrivi all'indirizzo info@abcburlo.it





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  Associazione per i Bambini Chirurgici del Burlo - onlus - Cod. Fiscale 01084150323   Credit: Altamira / Agora Web